I MUSEI DEL SALENTO Lecce, Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano”. Giunti a Lecce si prosegue per Viale Gallipoli e si sosta nei pressi del Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano”. L’istituto, fondato nel 1868, conserva reperti provenienti da tutte le zone della Puglia e ascrivibili a tutte le epoche storiche. Si divide in due sezioni, quella archeologica e quella d’arte medievale e moderna. La sezione archeologica è impreziosita da statue, fregi, vasellame, monete, armi e gioielli provenienti per lo più da Rudiae (zona archeologica alle porte di Lecce), da Lecce stessa, da Muro Leccese, Cavallino, Roca Vecchia e da altri centri d’origine messapico- greco- romana. La sezione d’arte medievale e moderna è arricchita da polittici, busti, disegni, bozzetti e quadri, nonché da un gruppo di opere di Oronzo Tiso, noto pittore leccese del Settecento. Il museo è fornito di attrezzati laboratori di ricerca e restauro. Lecce, Museo del “Convento di Sant'Antonio dei Frati Minori”. A Lecce, in via Imperatore Adriano, si trova il Museo- Pinacoteca che è anche Biblioteca. Il complesso, sito nel cinquecentesco palazzo di Fulgenzio della Monica, raccoglie reperti, ma soprattutto dipinti provenienti da altri conventi e da donazioni private. La Biblioteca raccoglie circa 40000 volumi. Lecce, Museo Missionario Cinese e di Scienze Naturali. In via Monte San Michele si trova il Museo Missionario Cinese, nel quale sono conservati strumenti musicali, armi, tessuti, statue, abbigliamento, avori incisi e una ricca collezione numismatica, tutti oggetti che coprono un periodo che va dal III millennio a.C. al XVIII- XIX secolo. Nella sezione dedicata alle Scienze Naturali, sono conservati molluschi, fossili e reperti di flora e fauna di diverse epoche. Galatina, Museo Civico d’Arte “Pietro Cavoti”. Giunti a Galatina, si sosta in Corso Re d’Italia e si procede alla visita del museo. L’edificio conserva opere di artisti locali, quali il pittore Pietro Cavoti e lo scultore Gaetano Martinez, ma anche materiale fotografico, bronzi, dipinti e disegni per un arco di tempo che va dal XVI al XIX-XX sec., nonché pezzi d’artiglieria della Grande Guerra. Sono inoltre conservati vomeri, zappe e attrezzi come testimonianze della cultura e della civiltà contadina. Gallipoli, Museo Civico. Giunti a Gallipoli, si procede alla visita del Museo Civico che si trova in via A.De Pace, nel centro storico. Il museo raccoglie diverso materiale diviso in sezioni: vasi e anfore del IV- III sec. a.C.; armi bianche e da fuoco di diverse epoche; fossili preistorici; un’importante collezione numismatica. Vi è anche una sezione contenente oggetti di curiosità, come un raro strumento musicale. Maglie, Museo Civico “Decio De Lorentiis”. Giunti a Maglie si può sostare in via Vittorio Emanuele e procedere alla visita del Museo di Paleontologia e Paletnologia “Decio De Lorentiis”. Le collezioni comprendono reperti di fauna rinvenuti non solo nel Salento, ma anche in Italia, Europa e Paesi extra- europei. Accanto ai fossili, sono anche conservati caratteristici manufatti del Paleolitico e del Neolitico e testimonianze della civiltà rupestre salentina, come reperti provenienti dalle numerose grotte della zona. Il museo svolge anche un’intensa attività di studio e ricerca in collaborazione con enti e istituti nazionali e internazionali. Poggiardo, Museo della Cripta di Santa Maria. Giunti a Poggiardo, si sosta in Piazza Pasquale Episcopo e si procede alla visita del Museo della Cripta di Santa Maria, allestito nel 1975 per ospitare gli affreschi staccati dall’omonima cripta. Scoperti fortuitamente nel 1929, gli affreschi furono staccati per essere salvati dalle infiltrazioni d’acqua. Nel museo è stato ricostruito il tracciato dell’edificio ipogeo e gli affreschi sono stati posti nella loro posizione d’origine. Notevoli quelli che ricoprivano l’abside, raffiguranti una Madonna in Trono tra due Angeli, risalenti al XIII secolo. San Cesario di Lecce, Museo Comunale d’Arte Moderna. Entrati a San Cesario, si prosegue fino al Palazzo Ducale (XVI sec.), nel quale è ubicato il museo. Scopo dell’istituto è la conservazione e la promozione dell’arte moderna e contemporanea e la tutela delle testimonianze della cultura contadina. Sono presenti, oltre a opere d’arte moderna e alla donazione di Aldo Calò, composta da opere d’arte contemporanea, anche attrezzi e testimonianze delle tradizioni e della civiltà contadina. Squinzano, Museo delle Tradizioni Popolari di Cerrate. Il museo si trova nei locali della ex masseria di S.Maria di Cerrate, sita nel complesso benedettino del XII sec., del quale si conserva l’affascinante chiesa, anch’essa da visitare. Il museo raccoglie reperti e testimonianze della cultura contadina del Salento, come costumi, ceramiche, mobili, strumenti agricoli e da pastorizia, ma anche oggetti di culto domestici, come statue in cartapesta di Santi. Di particolare interesse, un telaio del XIX secolo. Ugento, Museo Comunale di Paleontologia e Archeologia. L’edificio che ospita il Museo si trova in via della Zecca e conserva reperti dal Paleolitico al Neolitico, ma anche abbondanti testimonianze della civiltà messapica, greco- romana, bizantina e medioevale; si tratta di vasi e manufatti, armi, monete e corredi funerari. Molti pezzi sono stati spostati presso il Museo nazionale di Taranto; fra questi, la statua di bronzo raffigurante Poseidon, scoperta nel 1961 e risalente al VI secolo avanti Cristo. Sulla scia del turismo culturale che in questi ultimi anni si è diffuso nel Salento, molti comuni hanno dato vita a piccoli musei locali che offrono ulteriori testimonianze su questo affascinante Salento. Ne riportiamo alcuni da visitare: Alezio: Museo Civico Messapico, via Kennedy; Cutrofiano: Museo Comunale della Ceramica; via Umberto I; Porto Cesareo: Museo di Biologia Marina, via Russo; Parabita: Museo Pinacoteca “Enrico Giannelli”, via Vittorio Emanuele; Parabita: Museo del Manifesto, via f.lli De Iatta; Calimera: Museo di Storia Naturale, via Europa. LE MASSERIE DEL SALENTO Masserie a Nord di Lecce. 
Il territorio compreso tra Lecce-Squinzano-Casalabate-S. Cataldo è punteggiato da masserie appartenenti un tempo a ordini religiosi e a proprietà feudali. Per secoli, questi insediamenti hanno subìto le sanguinose scorrerie dei pirati turchi e ciò ne ha determinato la tipologia. Da Lecce si prende la strada per S. Cataldo e si svolta per San Ligorio, un piccolo nucleo abitato che conserva ancora i caratteri dell'antico casale. Qui si trovano le masserie S. Ligorio, Alari e Paladini Piccoli, caratterizzate da edifici turriformi con caditoie e feritoie. Proseguendo per Casalabate è tutto un susseguirsi di interessanti edifici, come la masseria Rauccio, inserita dal WWF nell'area di protezione della foresta di Rauccio; la masseria Melcarne, una torre modificata nel '700 per diventare dimora estiva; la masseria S. Maria di Cerrate, ora Museo delle Tradizioni Popolari. Si ritorna verso Lecce sostando prima presso Surbo per visitare alcune masserie, quali le Schiavelle, una torre adibita a dimora estiva nel '700, ma che ancora conserva la robustezza della torre di guardia; l'antico casale D'Aurio, del quale restano solo la bella chiesa romanica e la possente torre d'avvistamento. Si giunge così alla masseria Mosco, poco distante da Lecce, un complesso edificio organizzato attorno ad un vasto cortile sotto al quale si apre un intricato sistema di frantoi ipogei. L'edificio-torre è difeso da camminamenti di ronda, caditoie e feritoie. La Strada Statale 16 da Brindisi riporta a Lecce. Masserie a Sud-Est di Lecce. 
Il territorio compreso nel triangolo Lecce-S. Cataldo-Roca Vecchia è caratterizzato da masserie fortificate poste lungo antichi assi viari, con al centro il poderoso castello di Acaya. Sulla strada che da Lecce porta verso la cittadella fortificata, si trovano le masserie Zundrano, Carrozzina, Specchia Mezzana e Reca che si presentano caratterizzate da edifici a torre con caditoie e ponti levatoi. A difesa di Acaya si pongono alcune possenti masserie fortificate, come le Cesine, inserita dal WWF nell’oasi che ne riprende il nome, le masserie Favarella e Li Candi. Si tratta di una delle zone maggiormente esposte al pericolo delle incursioni piratesche, a causa della bassa costa e questo ha reso indispensabile la presenza di masserie fortificate a breve distanza le une tra le altre. L’area infine, tra Roca Vecchia e Torre S. Andrea è difesa da poderose masserie, quali la masseria Incioli, Carleo e S. Basilio e, più a Sud, Porcaccini, Sbotta, Nova, Giammarrino, oggi un apprezzato ristorante e Calavaggi, una masseria con due torri. Da Lecce si è giunti così alle marine e nell’entroterra di Melendugno. 
 Masserie dell’area otrantina. 
Il litorale otrantino, con i suoi facili approdi, era molto più esposto al pericolo delle scorrerie dei pirati; da qui la presenza di poderosi sistemi difensivi, sorti in particolare dopo il terribile assedio di Otranto del 1480. Giunti a Martano da Lecce (SS 16), si prosegue per Otranto e si svolta per Cannole. Subito ci si imbatte nell’imponente casale di Torcito o Cerceto. L’Amministrazione Provinciale al quale appartiene, ne ha fatto un centro studi e convegni, restituendolo al suo antico splendore. Dalla torre del casale si domina quasi tutto il litorale adriatico. Ritornati sulla strada Martano-Otranto ci si dirige verso i Laghi Alimini e verso la masseria Piccinna, un piccolo nucleo fortificato il cui scopo era il rapido intervento lungo il litorale di Otranto. Otranto era protetta dalle mura e dal poderoso castello aragonese, ricostruito nel XVI sec. Subito dopo il porto, la masseria le Orte proteggeva l’omonima baia dall’approdo dei pirati, mentre la masseria Torre Pinta era adibita alla difesa dell’entroterra. Sulla strada per Porto Badisco si trova la masseria Cippano con torre, edifici potenziati da contrafforti, caditoie e feritoie. Nell’entroterra, tra Minervino di Lecce, Giurdignano e Palmariggi, si trovano le masserie fortificate di S. Giovanni Malcantonio, le Quattro Macine, sito archeologico d’età bizantina e la masseria-casino Pisanelli. Da Palmariggi si prosegue per Maglie e da qui (SS 16) si torna a Lecce. 
 Masserie tra Gallipoli e il Capo di Leuca. 
Giunti a Gallipoli da Lecce (SP 101) si procede verso il Capo di Leuca. Le masserie della zona si concentrano nel territorio tra Ugento-Acquarica del Capo-Presicce-Morciano di Leuca. Ciò è dovuto al fatto che il versante adriatico del Capo di Leuca è protetto da alte scogliere dove l’approdo è difficoltoso, mentre il litorale immediatamente a Sud di Gallipoli, è difeso da imponenti torri di avvistamento e da centri vicini alla costa muniti di castelli con corpo di guardia. Tra le masserie degne di nota, la Vecchia, sulle alture presso Ugento; la masseria Tunna, che ha inglobato una torre circolare con camminamento di ronda e caditoia; la Casina De Cari con caditoie, oggi un rinomato ristorante; i casini Arditi e Celle o Ceddhre, che sono stati arricchiti con scale e balconi per farne residenze estive. Si ritorna a Gallipoli per andare a Lecce (SP 101), o si procede alla volta di S. Maria di Leuca e si torna a Lecce (SS 275- SS 16). Masserie dell’area di Galatina. 
Giunti a Galatina da Lecce-Gallipoli (SP 101), ci si dirige per Collemeto questa fertile zona, nota come “bacino di Galatina”, la masseria tradizionale ha subito profondi mutamenti nel corso dei secoli, passando dalla tipologia della masseria fortificata a quella della masseria- villa, raggiungendo alte espressioni architettoniche. La masseria Montisani-Copertino. In ben testimonia questa trasformazione; all’austero impianto fortificato dell’esterno si contrappongono le raffinate volte dell’edificio torre e alcune mensole finemente lavorate. La masseria Del Duca è un riuscito esempio di integrazione tra edificio, attività agricole e pastorizia, con il suo cortile chiuso, mentre la masseria Torre Pinta si presenta come il perfetto connubio tra fortificazione e dolcezze del vivere in campagna. Le masserie Tramacere, Torre e Ogliastro, pur presentando un impianto fortificato, hanno tutte le caratteristiche della grande azienda agricola, dimora in estate del signore fondiario. Giunti a Copertino, si torna a Lecce da San Pietro in Lama. Masserie del territorio di Nardò. 
Dalla Lecce-Gallipoli (SP 101), si svolta per Nardò. La vastità del feudo rende difficile visitare tutte le masserie che si estendono tra la strada per Manduria (SP 174) e la costa, quindi ne riporteremo alcune tra le più rilevanti. Anche qui la masseria fortificata ha ceduto il passo alla più dinamica struttura della masseria-villa, trasformandosi in azienda agricola di vaste proporzioni grazie al vicino scalo marittimo di Gallipoli. La masseria Carignano Grande presenta porte e finestre impreziosite da bugnato di gusto rinascimentale, mentre la vicina masseria Scrasceta ha perso le caratteristiche del sistema difensivo, per acquisire quello della villa di campagna. La masseria Brusca è tra le più interessanti manifestazioni di architettura rurale del ‘700 per le sue colonne, la facciata e le statue che arricchiscono il giardino. La masseria Giudice Giorgio si presenta come un palazzo con caditoie, ma con un dolce bugnato e raffinate mensole. La masseria Trappeto è il simbolo dell’architettura rurale del Salento; la torre cinquecentesca è stata arricchita da una delicata cornice, con le finestre in leggero rilievo. Tra Nardò e Gallipoli è un susseguirsi di casini di campagna, fra i quali spicca Villa Taverna, che al solido impianto del corpo di fabbrica, abbina la plasticità degli elementi decorativi. Da Nardò si torna a Lecce grazie alla Strada Provinciale 101. I CASTELLI DEL SALENTO L'itinerario alla scoperta dei castelli inzia con il castello di Carlo V a Lecce. La fortezza è testimonianza di due epoche: il mastio è del periodo normanno, mentre l'impianto attuale appartiene al XVI sec. quando, su commissione dell'imperatore Carlo V, l'architetto Gian Giacomo dell'Acaya, l'ideatore dell'omonima cittadella fortificata, progettò le quattro spesse cortine, rafforzate da altrettanti imponenti bastioni a punta di lancia. Il complesso, frutto delle più moderne tecniche costruttive in campo militare, fu isolato da un profondo fossato oggi scomparso. Le spesse murature, le cannoniere per il tiro radente e i numerosi pezzi d'artiglieria di cui disponeva, facevano della fortezza di Lecce un impianto inespugnabile. Al XVII sec. sono da ascrivere la cappella e le bellissime decorazioni in stile Barocco Leccese che non alterano la maestosità del castello. Dopo anni di abbandono, il castello di Carlo V è rinato e attualmente è sede di mostre, convegni e spettacoli. Copertino, Castello; da Lecce, strada per San Pietro in Lama, procedere per Lequile-San Cesario di Lecce e seguire le indicazioni per Copertino. giunti a Copertino, è facile raggiungere il bellissimo castello, fiore all'occhiello dell'edilizia militare del Salento. Voluta nel 1540 dai Castriota-Scanderbeg, signori di Copertino, la fortezza fu progettata dall'architetto militare Evangelista Menga, che dell'antico castello conservò solo il mastio, mentre fece realizzare ex novo quattro cortine raccordate tra loro da quattro imponenti bastioni angolari a punta di lancia, secondo le più moderne tecniche costruttive rinascimentali. L'importanza del castello di Copertino è dovuta, oltre che all'armonia delle strutture, all'importanza rivestita nel sistema difensivo del Salento, in particolare nel piano di fortificazione voluto da Carlo V, volto ad impedire il ripetersi di situazioni come la caduta di Otranto in mano ai Turchi nel 1480 o il sacco di Castro del 1537. Attualmente il castello è tornato al suo antico splendore ed è sede di convegni e mostre. Cavallino, castello dei Castromediano; da Copertino, strada per San Pietro in Lama, procedere per Lequile-San Cesario di Lecce e seguire le indicazioni per Cavallino; giunti a Cavallino, si procede verso il castello che presenta tre diversi momenti di interventi costruttivi. Del Quattrocento è la zona Nord, dove si trova l'entrata da cui si accedeva ad un'area difesa da un torrione a base quadrata. La zona Est, che presenta la facciata merlata e un bastione, è frutto dell'intervento del Cinquecento. Il lato Ovest, con le arcate di rinforzo, è invece frutto della ricostruzione del Seicento. Costruito in pietra leccese, il castello conserva ampi saloni di rappresentanza e una sontuosa scalinata, oltre a stanze minori e di servizio, segno dell'uso civile cui fu destinata la preesistente fortezza. Acaya, Fortezza di Gian Giacomo dell'Acaya; da Cavallino si torna a Lecce e da qui si prende la strada per Strudà-Acaya; entrati ad Acaya, subito s'impone la mole del castello, fondamentale per la difesa di Lecce dai pericoli provenienti dal mare. Il piccolo villaggio di Segine fu ceduto, nel XIV sec., dal Re Carlo II d'Angiò ai dell'Acaya per il valore e la fedeltà verso la corona. Alla fine del XV sec. Alfonso dell'Acaya iniziò la costruzione del castello che fu portata a termine, nella prima metà del XVI sec., dal figlio Gian Giacomo, illustre architetto civile e militare, il quale cinse di possenti mura il piccolo centro e ne modificò il nome in Acaya. La fortezza è costituita da un corpo centrale di forma trapezoidale, munito di due torri cilindriche di chiaro impianto aragonese e di un baluardo a punta di lancia. Visitando Acaya si ha l'impressione di essere tornati indietro nel tempo, tanto bene si sono conservate le strutture e l'impianto quattro-cinquecentesco. Il castello è sede di mostre e manifestazioni di carattere culturale. Roca Vecchia, ruderi del Castello; da Acaya ci si dirige verso Vanze e da qui verso l'Oasi delle Cesine. Si prosegue lungo la litoranea fino a Roca Vecchia. le origini di Roca Vecchia affondano nella notte dei tempi. Città messapica, della quale si conservano le fondamenta delle titaniche mura, fu conquistata dai Greci e poi dai Romani. Della rocca fatta costruire da Gualtieri VI di Brienne, conte di Lecce, nel XIV sec., restano solo i ruderi, a testimonianza della vitalità di questi luoghi. Nel 1480 la rocca fu devastata dalla furia dei Turchi che se ne impadronirono, minacciando così da vicino la stessa Lecce. L'occupazione tuttavia fu breve e i Turchi, per non frammentare le loro forze, preferirono rientrare ad Otranto, non senza aver dato alle fiamme la rocca e il villaggio. Nel Settembre del 1480 giunse a Roca il Duca di Calabria con i suoi fedelissimi e qui fece allestire il campo operativo, in vista della riconquista di Otranto. Ulteriori truppe cristiane si erano arroccate nel castello di Castro per chiudere i Turchi in una morsa a tenaglia. Recuperata Otranto nel 1481, Roca rientrò nel piano di fortificazione del Basso Salento, che prevedeva la costruzione di una torre di avvistamento, della quale si conservano i resti e di strutture per la moderna artiglieria. Sguarnita di un presidio militare sufficiente a difenderla, Roca divenne meta di incursioni piratesche e si ritenne opportuno raderla al suolo nel 1544 per evitare che diventasse un covo di pirati. La zona archeologica e i ruderi della fortezza, fanno di Roca Vecchia un luogo di grande fascino. Sternatia, Castello; da Lecce-Maglie (SS 16), svoltare per Sternatia; Sternatia, centro d'origine greca, fu sempre città difesa da imponenti fortificazioni, come testimonia un tratto dell'antica cinta muraria dell'Alto Medio Evo. Nell'XI sec. i Bizantini costruirono un fortilizio in posizione elevata per dominare le campagne circostanti. Nel 1480, il castello di Sternatia divenne il principale quartier generale dell'entroterra per le truppe scese in campo per liberare Otranto dai Turchi. Nel 1481, ritenuta Sternatia strategicamente vitale per la difesa dell'entroterra, il castello fu ampiamente ristrutturato e potenziato. Nel XVII sec., il marchese Granafei vi fece una grandiosa residenza fortificata. Il complesso, di forma quadrangolare, si articola su due piani, rimaneggiati nell'Ottocento. I grandi saloni interni si presentano finemente affrescati. Corigliano d'Otranto, Castello De Monti; da Sternatia si torna sulla Lecce-Maglie (SS 16) a da qui svolta allo svincolo per Corigliano d'Otranto; giunti a Corigliano d'Otranto, si procede verso P.zza Castello e si sosta comodamente presso i giardini pubblici. Il castello fu costruito agli inizi del XVI secolo dall'architetto Angelo Conioneo e su commissione di Giovan Battista De Monti. Si tratta di uno dei più bei modelli di architettura militare nel periodo di transito, fra le tecniche costruttive medioevali e le sofisticate sperimentazioni rinascimentali. La fortezza presenta un corpo centrale munito di quattro torri circolari angolari, ciascuna dedicata ad un santo protettore del quale reca scolpito un bassorilievo, con simboli delle virtù. Si hanno così le torri di S. Antonio Abate, S. Giorgio, S. Giovanni Battista e S. Michele. La facciata in stile Barocco fu edificata ex novo nel 1667 dal nuovo proprietario Francesco Trani che, in tempi più pacifici, volle fare della fortezza una dimora lussuosa e degna dei suoi illustri proprietari. Attualmente il Castello De Monti ospita mostre d'arte e d'antiquariato, convegni e manifestazioni culturali. Otranto, Castello Aragonese; da Corigliano d'Otranto si torna sulla Lecce-Maglie (SS 16) e si seguono le indicazioni per Otranto; giunti ad Otranto, si può sostare presso i giardini pubblici e procedere a piedi alla visita delle fortificazioni della città. Su Otranto grava ancora il triste ricordo dei fatti del 1480 e la paura del terribile Turco vive ancora sulla bocca e nei racconti della popolazione locale. Delle fortificazioni precedenti il 1480 non si hanno notizie certe, oltre ad alcune tracce di mura romane e alto-medievali inglobate nel castello. Giunti in P.zza Castello, si erge la fortezza Aragonese che, di fatto, è opera dei viceré spagnoli. Ricostruito dopo la riconquista del 1481, il castello presenta un impianto con quattro torri cilindriche a base scarpata, collegate da possenti cortine ed è diviso dalla città da un profondo fossato. Pare che abbia preso parte al riassetto delle fortificazioni anche il celebre architetto militare senese Francesco di Giorgio Martini. Al 1578 risale il baluardo a punta di lancia che si protende verso il mare, che ingloba nella sua struttura una superstite torre medievale. Frutto delle moderne tecniche di difesa, il puntone aveva lo scopo di proteggere i fianchi del castello. Il piano di fortificazione interessò anche la città vecchia che fu munita di torri e mura per la difesa da un eventuale attacco portato da terra. Imponenti sono la Torre Ippolita, la Torre Duchesca e la Torre Alfonsina, una torre doppia aperta al centro che funge da ingresso alla città vecchia. Su questo lato della città vecchia, si trova un piccolo fortino a forma di bastione che batteva il porto e la terraferma. Per meglio comprendere il dramma vissuto da Otranto, è indispensabile una visita alla cattedrale, che fu devastata dai Turchi, dove si trova una parte dei resti degli 800 martiri che furono decapitati sul Colle della Minerva. Castro, Castello; da Otranto si prosegue lungo la spettacolare litoranea fino a Castro; sulla costa tra Otranto e Santa Maria di Leuca sorge Castro e il suo porto, che costituisce un approdo sicuro e pertanto fu sempre obiettivo di sanguinose azioni piratesche. La tradizione vuole che Castro sia stata fondata dai Cretesi come punto di rifornimento ed emporio. Passata ai Greci e poi ai Romani, fu da questi munita di una rocca, rafforzata nei secoli dai Bizantini e dai Normanni. Nel 1480 Castro subì lo stesso tragico destino di Otranto e Roca e, dopo essere stata saccheggiata, fu data alle fiamme. Divenuta punto di forza della strategia per riconquistare Otranto, Castro rinacque nel XVI sec. sotto i Gattinara. Il castello fu interamente ricostruito nel 1572 sui resti dell'antica rocca, con quattro baluardi angolari e possenti cortine. Castro fu saccheggiata ancora nel XVI sec. (1537 e 1573) e per questo fu ulteriormente potenziata dal viceré Pedro De Toledo, che si occupò di ratificare nel Salento il piano di fortificazione di Carlo V. Furono quindi potenziati anche i centri interni e fu realizzata ex novo la rete di torri di avvistamento, le quali ancora oggi punteggiano tutta la costa salentina. Andrano, Castello dei Caracciolo; da Castro si prosegue lungo la litoranea e si giunge a Marina di Andrano. Da qui si seguono le indicazioni per Andrano; a pochi chilometri dal litorale adriatico sorge Andrano, piccolo centro che conserva un grandioso castello. Il nucleo più antico si fa risalire al XII sec., quando erano gli Spinola a governare queste contrade. Passato nel Seicento ai Caracciolo, assunse l'aspetto attuale di raffinata dimora gentilizia. Di impianto quadrangolare, il castello conserva i due imponenti baluardi quadrati della facciata, con basi scarpate e toro marcapiano. Sul retro del castello è presente una torre cilindrica, frutto di successive sistemazioni. Terminata la sua funzione puramente difensiva, nel Sei-Settecento il castello fu rimaneggiato per ospitare i feudatari e la corte, come testimonia il raffinato balcone della facciata, impreziosito da particolari tipici del Barocco Leccese. Depressa, Castello dei Gallone-Winspeare; da Andrano proseguire direttamente per Depressa; entrati a Depressa, ci si dirige verso il piccolo castello. Distrutto dai Turchi nel 1480, il castello fu interamente ricostruito nel 1548 e, nel 1600 fu acquistato dai Gallone, principi di Tricase. Nell'Ottocento fu adibito a masseria e, dopo secoli di abbandono, nel 1885 fu interamente restaurato e rimaneggiato dai nuovi proprietari, i Gallone-Winspeare. Del Cinquecento si conservano le torri quadrate e il loggiato che si affaccia su un cortile, arricchito nell'Ottocento da un porticato. Al centro vi si trova la colonna detta del "palazzo dei Secondogeniti del Principe", dove si trovava una sorta di tribunale feudale. Il lato Ovest costituisce la parte più antica, con tracce del XIV sec., quali le mensole che dovevano sostenere il cammino di ronda. Tricase, Castello dei Gallone; da Depressa proseguire direttamente per Tricase; le prime notizie del castello di Tricase risalgono al XIII sec. Nel XV sec. Tricase appartenne a nobili e potenti casati che contribuirono a farne crescere il prestigio e a potenziarne le strutture. La città era difesa da un profondo fossato e da una poderosa cinta muraria, nella quale si aprivano due porte, una verso il mare e l'altra verso l'entroterra. Il castello fu saccheggiato e semidistrutto dai Turchi nel 1480, facendo terra bruciata attorno ad Otranto. Caduta in disgrazia per circa un secolo, Tricase rinacque nel 1588, quando passò ai potenti Gallone che si occuparono di rinforzare le strutture difensive. Il castello è quadrangolare e, delle quattro torri di impianto quadrato, conserva solo le due della facciata, sulla quale si apre l'ingresso dove campeggia lo stemma dei Gallone. Le sale interne sono ampie e, un tempo, ben arredate, segno che il castello servì da dimora signorile. Tutino, Castello dei Gallone; da Tricase proseguire direttamente per Tutino; fuori dell'abitato Tutino conserva un piccolo, ma ben fatto castello. Edificato nel 1570 per opera dei Trani, nel XVII sec. passò ai Gallone di Tricase. Benché di piccole dimensioni, il castello presenta torri angolari e intermedie quadrate con base scarpata, circondate da un fossato. Nonostante la mancanza di notizie, la zona posteriore del castello sembrerebbe antecedente al XVI sec. Nel corso del tempo, l'aggiunta di sovrastrutture adibite ad abitazioni e i restauri non sempre felici, hanno compromesso l'austerità originale del complesso. Fino a pochi anni or sono, nel castello erano presenti arredi, mobili e tele di scuola napoletana, a testimonianza che il fortilizio aveva perduto il suo ruolo difensivo originale, per assumere quello di nobile dimora. Castello di Gallipoli. Gallipoli, Castello Aragonese; da Lecce (SS 101); da Maglie (SS 459); dal Capo di Leuca (SS 27. In treno. giunti a Gallipoli, ci si dirige verso la città vecchia attraversando il Corso. Conviene sostare nei pressi del ponte e procedere a piedi alla visita del centro storico. Gallipoli vecchia (dal greco kalè polis, città bella) sorge su un isolotto collegato alla terraferma da un ponte. Furono i Veneziani, nel XV sec., a progettare di tagliare l'istmo che legava alla terraferma la penisola di Gallipoli, per collegare i due porti naturali e per rendere meglio difendibile la città. Pare che Gallipoli abbia avuto un imponente sistema difensivo sin dal tempo della Magna Grecia e poi dei Romani. Le fortificazioni dei Bizantini resistettero addirittura all'urto dei Normanni. Gli Angioini rinforzarono il castello preesistente facendo costruire l'imponente bastione poligonale, ma furono gli Aragonesi a rendere le fortificazioni più solide e sicure. Alla fine del Quattrocento, l'architetto senese Francesco di Giorgio Martini progettò la costruzione delle tre robuste torri angolari scarpate e dell'avamposto del Rivellino, proteso verso la terraferma. In origine questa struttura era collegata al castello, ma poi fu staccata e vi si accedeva da un ponte levatoio. Questo complicato sistema difensivo, unito ai molti pezzi di artiglieria e al valore della popolazione locale, servirono a scoraggiare eventuali invasori. ITINERARI STORICO – TURISTICI DEL SALENTO Tipologia dei monumenti megalitici presenti nel Salento La penisola salentina conserva il maggior numero di testimonianze megalitiche presenti in Puglia, al punto che, quasi ogni comune del leccese, può vantare la presenza di uno o più monumenti ai quali attribuire ipoteticamente le proprie origini. Riguardo alla nascita del megalitismo salentino, sono state formulate, tra le quali quelle più autorevoli legano il fenomeno alle culture megalitiche del Mediterraneo. Sul territorio sono presenti numerosi menhir, interessanti dolmen, resti di mura megalitiche e tracce di una tipologia che si può definire autoctona, le specchie. Menhir (dal bretone men, pietra e hir, lunga) o pietrefitte: prismi monolitici, a base quadrangolare e di diversa altezza, che solitamente presentano le facce larghe orientate lungo l’asse E-W. Nonostante le numerose ipotesi fatte, alcune delle quali anche molto accattivanti, come quelle che vedrebbero i menhir come monumenti funebri in onore di carismatici capi tribù o simboli fallici o, ancora, legati al culto del Sole, il loro significato e soprattutto la loro destinazione, sono avvolti da un affascinante mistero che continua ad alimentare leggende e racconti. Autorevoli studiosi del megalitismo, ritengono che i menhir servissero anticamente per segnare dei confini territoriali o fossero stati eretti per celebrare importanti avvenimenti o per segnalare luoghi di incontri e, soprattutto, scontri. Sarebbe invece da escludere una loro destinazione funeraria, visto che, saggi di scavo condotti presso le pietrefitte, non hanno riportato alla luce testimonianze valide a supportare quest’ipotesi. Recenti studi, inoltre, posticiperebbero notevolmente l’erezione dei menhir ad un periodo che spazia dalla dominazione romana all’Alto Medio Evo, allorché avrebbero svolto la funzione di arcaiche segnalazioni stradali. Queste tesi sarebbero avvalorate dalla constatazione che, molti monoliti sorgono tuttora all’incrocio o nei pressi di antichi assi viari. Immutata risulta la loro valenza simbolica, tanto che la Chiesa ha tentato in passato di “convertire” i menhir al Cristianesimo, facendo incidere sulle loro superfici simboli cristiani o utilizzandoli come basi per crocifissi. Nonostante gli appassionati sforzi fatti per dare ai menhir una giusta collocazione nella storia dell’uomo, resta intatto tutto il mistero e la suggestione che monumenti di questo genere riescono ancora a suscitare. Dolmen (dal bretone taol, tavola e men, pietra): monumenti megalitici costituiti da una serie di pietre fitte nel terreno per sostenere una pesante lastra di copertura. Come per i menhir, anche per i dolmen sono state proposte molte ipotesi e soluzioni, volte a gettare un po’ di luce su manifestazioni così enigmatiche. Si è pertanto sostenuto che, partendo dall’esempio offerto dalle cavità naturali utilizzate come sepolcri, l’uomo si sia orientato verso due forme di riproduzione artificiale delle grotte stesse, ossia la tomba sotterranea e la costruzione del megalite. A far scegliere tra l’una o l’altra opzione, sarebbe stata la tipologia del terreno, pertanto, di fronte ad un substrato facile da scavare, si sarebbe proceduto alla realizzazione di una tomba, mentre in presenza di un terreno roccioso, ci si sarebbe orientati verso la costruzione del dolmen. In un primo momento sarebbero stati realizzati dei micro- dolmen, con il corpo del defunto circondato da piccole pietre per sostenere due sottili lastre. Successivamente, forse in presenza di defunti illustri (capi tribù, sacerdoti, guerrieri), necessitando di dare alla sepoltura un aspetto più grandioso, sarebbero stati utilizzati dei blocchi monolitici del peso di centinaia di chili, per realizzare delle strutture degne del defunto. Contrariamente ai menhir, la tipologia dei dolmen si è evoluta, tanto da abbracciare diverse soluzioni: allée couverte in Francia, lunghe camere funerarie coperte da una serie di lastre; long barrows (grande tumulo) o tombe a corridoio in Inghilterra. In Puglia sono presenti invece due particolari tipologie, dolmen complessi, racchiusi in origine da un tumulo di pietre a secco, del quale si possono in alcuni casi individuare le tracce e dolmen semplici, senza tumulo di copertura e con una camera sepolcrale di piccole dimensioni. Questa tipologia è la più diffusa nel Salento. Saggi di scavo effettuati presso i dolmen della penisola salentina, hanno riportato alla luce reperti archeologici, per lo più vasellame, ascrivibili ad un periodo compreso tra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro (X- IX sec. a. C.), mentre, studi comparati tra le diverse manifestazioni megalitiche del bacino del Mediterraneo, ascrivono questo tipo di megalitismo ad una fase di poco più tarda a quel IV- III millennio a. C., dal quale sono giunti fino ad oggi i santuari megalitici di Malta e le civiltà delle pietre del Nord Europa. Specchia (forse dal latino specula, punto per osservare): monumenti le cui origini e destinazione sono tuttora avvolte dal mistero, le specchie furono utilizzate, dal Medio Evo all’Età Moderna, fino al XVIII sec., per osservare i due mari che lambiscono il Salento, mari che alimentavano il benessere con i traffici e i commerci, ma dai quali proveniva anche il terrore portato dai Saraceni e dai pirati. Le specchie sono enormi cumuli di pietre a secco, con un diametro che può raggiungere anche diverse decine di metri, realizzate per lo più su alture preesistenti. Questo ha portato ad attribuire alle specchie la funzione di preistoriche torri d’avvistamento, anche se le loro dimensioni hanno sempre alimentato colorite leggende popolari. Si è pensato anche a tumuli di copertura di dolmen, ma saggi di scavo hanno solo evidenziato la presenza di interessanti reperti archeologici. Col tempo il termine specchia ha subito una deriva semantica, fino ad indicare qualsiasi cumulo di pietra o terra. In attesa di studi chiarificatori, cresce il fascino e l’alone di mistero che le circonda. Mura megalitiche: accanto alle manifestazioni tipicamente megalitiche come dolmen e menhir, se ne associano delle altre che poco hanno a che vedere con le problematiche che questo fenomeno suscita (origini, funzioni, criteri socio- culturali dietro le costruzioni megalitiche). Si tratta di costruzioni difensive quali le mura megalitiche. Il termine megalitico, in questo caso, è giustificato dall’impiego di grossi blocchi di pietra. Le più antiche testimonianze di fortificazioni nel Salento, sono i resti delle mura megalitiche o ciclopiche delle antiche città messapiche: Ugento, Muro Leccese, Cavallino, Vaste, Roca Vecchia, Rudiae. Il periodo di costruzione delle stesse sarebbe, quindi, posteriore alla realizzazione delle testimonianze megalitiche propriamente dette (dolmen e menhir), attestandosi tra VII e IV sec. a. C., quando la civiltà messapica, dopo aver convissuto con l’elemento greco, iniziò a subire la pressante minaccia della potente Roma, che avrebbe proceduto alla sua sottomissione nel III sec. a. C., cancellando una fiorente civiltà per innestarne un’altra, fortunatamente altrettanto splendida. Giunti a Melendugno si procede alla volta di Calimera. Nell’immediata vicinanza della strada si trova il celebre Dolmen Gurgulante. Come tutti i dolmen presenti sul territorio salentino, anche questo monumento rientra nella tipologia dei dolmen semplici, ossia privi di tumulo di copertura. Adibito a sepoltura, ma utilizzato anche per riti e scopi dei quali ormai si sono perse le tracce, nelle sue vicinanze sono stati trovati reperti ascrivibili all’Età del Bronzo e all’Età del Ferro (X- IX sec. a. C.). Proseguendo alla volta di Calimera, si svolta a sinistra e si prosegue per una strada ampia e asfaltata. Un’indicazione rivela la presenza del Dolmen Placa. Posto in un’interessante area naturalistico- archeologica tra Melendugno e Calimera, questo monumento si presenta ben conservato e di notevoli dimensioni. Anche in questo caso si ha di fronte un dolmen di tipologia semplice. Nelle campagne circostanti si possono individuare alcune tombe e cisterne di diversi periodi storici. Zollino rientra a pieno titolo nell’area della Grecìa Salentina. Le sue origini si fanno risalire ai profughi dell’antico casale di Apigliano (tra Zollino e Martano) che lo abbandonarono in cerca di zone più fertili. Il centro conserva alcune interessanti testimonianze megalitiche, come il Menhir della Stazione che, con i suoi 4,30 m è tra i più alti e imponenti e il Menhir Sant’Anna, dal nome di una piccola chiesa ubicata poco fuori del paese. Da segnalare la leggenda legata a questo monolite che, si dice, sia stato eretto in onore del grande capo di una tribù di guerrieri che avrebbe abitato queste zone. Si tratta dell’unico menhir del Salento al quale sia stato attribuito un uso specificamente sepolcrale. In agro di Zollino, presso la strada vicinale Zollino-Calimera, è stato individuato, in località “Granzari”, un non meglio specificato dolmen al quale sarebbe stato attribuito il nome della campagna circostante, Dolmen “Granzari” appunto. Martano conserva due importanti testimonianze del megalitismo salentino, la Specchia dei Mori o Segla tu Demonìu e il Menhir San Totaro o del Teofilo. Entrando a Martano da Zollino si seguono le indicazioni per Caprarica e, superato il cimitero di Martano, poche centinaia di metri più avanti, ecco sulla destra la sagoma della Specchia dei Mori. Con i suoi 30 metri di diametro è tra le più grandi del Salento, tanto che dalla sommità, nelle chiare giornate di tramontana, è possibile osservare un lungo tratto di litorale adriatico. Ignota è la sua origine, ma il ritrovamento di reperti archeologici nelle sue vicinanze e le leggende che da secoli ha contribuito ad alimentare, ne fanno uno dei monumenti megalitici più affascinanti del Salento. Si prosegue alla volta di Otranto e, giunti ai semafori, si svolta a destra, proseguendo per alcune centinaia di metri. In Via Teofilo si trova l’omonimo menhir, conosciuto anche come Menhir San Totaro. Con i suoi 4,70 m di altezza è la pietrafitta più alta di Puglia e presenta tracce di incisioni di rito cristiano sulle sue facce, segno quanto mai indicativo della “conversione” a cui furono sottoposte queste enigmatiche testimonianze dell’antichità. Da Carpignano si prosegue per Melendugno. Sulla strada, poco fuori dell’abitato, si trova il Menhir Grassi, dal nome dell’omonima località. La pietrafitta più interessante di Carpignano è quella conosciuta con il nome di Staurotomèa o Croce Grande. Posto poco fuori dall’abitato, presso il Santuario di Maria SS della Grotta, attorno a questo menhir sono sorte alcune leggende. Secondo una tradizione diffusa in tutto il Salento, i menhir nasconderebbero dei tesori, per trovare i quali è d’obbligo attenersi ad una certa ritualità. Nottetempo, due fanciulli devono essere condotti presso il monolite e fatti sedere con le spalle appoggiate alle facce più larghe dello stesso. A questo punto il menhir si inclinerebbe fino a cadere, schiacciando uno dei pargoli e lasciando all’altro scelto dal destino il tesoro. Secondo la leggenda locale, la leggera inclinazione della Staurotomèa sarebbe proprio da attribuire ad un tentativo di impadronirsi del tesoro, fallito per il sopraggiungere della paura in uno dei due piccoli, che sarebbe scappato prima della caduta del menhir. Un’altra leggenda narra di due sorelle, una nubile (vergine) e l’altra coniugata, le quali si sarebbero appoggiate al menhir per riposarsi. Questo sarebbe caduto, uccidendo la maritata e lasciando alla sorella il tesoro. A causa di queste leggende, molti menhir sono stati divelti nella speranza di trovare questi fantomatici quanto inesistenti tesori o “acchiature”. Giurdignano è giustamente considerato la “capitale” del megalitismo salentino, a causa dei numerosi dolmen e menhir presenti sia nell’abitato che nelle campagne. Ne riporteremo alcuni tra i più indicativi, lasciando al viaggiatore attento e interessato l’affascinante avventura di scoprire gli altri, magari facendosi accompagnare da qualche abitante del posto, orgoglioso di mostrare le ricchezze di Giurdignano. Nel cuore del paese si trova il Menhir San Vincenzo, un utile punto di riferimento per procedere alla scoperta degli altri monumenti, seguendo le indicazioni turistiche dolmen e menhir. A circa 100 metri fuori dall’abitato si trova il celebre Menhir di San Paolo, posto su un banco roccioso nel quale è stata ricavata un’edicola recante affreschi raffiguranti San Paolo. Questo monumento testimonia quel processo di “conversione” a cui furono sottoposte queste preziose testimonianze da parte della Chiesa. Seguendo le indicazioni per il Dolmen Stabile o di Quattromacine, si incontra il Menhir Vicinanze 1, vicino al quale sono stati scoperti granai e il Menhir Vicinanze 2, posto su un banco roccioso. Inoltrandosi ancora nelle campagne, si giunge al Dolmen Stabile o di Quattromacine, scoperto nel 1893. Presenta un curioso solco sulla lastra di copertura, quasi una sorta di arcaico canale di raccoglimento che ha fatto pensare a questo dolmen come una sorta di ara per i sacrifici. Queste emozionanti ipotesi non sono mai state provate, ma il mistero circa la funzione di questo solco resta. Tornando verso Giurdignano, si giunge alla Cappella della Madonna di Costantinopoli, presso la quale si trova l’omonimo menhir. Da qui inizia la strada che porta a Minervino di Lecce, un tragitto punteggiato da interessanti dolmen (Peschio, Orfine, Chiancuse), alcuni dei quali sono crollati a causa delle intemperie e dello stato di abbandono. Minervino di Lecce, sulla strada per Uggiano la Chiesa, si trova il celebre Dolmen li Scusi. Primo dolmen ad essere scoperto in Puglia (dal Micalella nel 1867), deriverebbe il suo nome da scùndere, ossia nascondere in dialetto leccese, forse perché, secondo il suo scopritore, fu utilizzato come nascondiglio date le sue ragguardevoli dimensioni: una lastra di 3,80 X 2,50 m posta ad un metro dal suolo. Nelle campagne tra Giuggianello e Giurdignano si trovano delle testimonianze megalitiche che si possono definire naturali, in quanto non create dall’intervento dell’uomo, ma presenti prima della sua comparsa. Si tratta dei cosiddetti Massi della Vecchia, rilievi di sedimentazioni pre-plioceniche affioranti, che assumono varie forme, tanto da alimentare leggende secondo le quali sarebbero stati utilizzati dalle streghe come altari per i loro diabolici riti. L’incanto del posto non risparmiò neppure uno studioso attento come il De Giorgi, il quale non escluse un possibile legame tra questi massi e presunti culti preistorici (forse delle are del Neolitico), giustificati dall’impressione che questi megaliti hanno sempre esercitato sugli uomini di queste zone. Muro Leccese è una cittadina di antichissime origini, diventata una delle maggiori città messapiche, come testimoniano i tanti reperti del periodo, ma soprattutto ciò che resta della megalitica cinta muraria eretta dai Messapi. L’imponente fortificazione, lunga 3900 metri, seconda solo a quella di Ugento, fa pensare a Muro, del quale si ignora l’antico nome messapico, come una delle più potenti città del tempo. Il sistema difensivo, del quale sopravvivono ancora le tracce della porta “a tenaglia”, era costituito da un insieme di mura concentriche: una prima cinta, dello spessore di 5 m circa, era costituita da un rivestimento di grandi blocchi squadrati e riempita all’interno con pietre e terra; una seconda cinta, quella ciclopica visibile, era addossata alla prima, aveva uno spessore di 3 m ed era alta circa 6 m; tra questa cinta e l’ultima correva una strada, larga circa 2,5 m, sulla quale sono stati individuati i solchi lasciati dai carri. A completare il tutto, una terza cinta muraria, nota coma antemurale, larga circa 3,5 m e formata da blocchi squadrati e materiale di riporto. Lo spessore della fortificazione era, quindi, di circa 15 m. Manca ancora, nonostante la mole di reperti e di materiale a disposizione, una datazione certa circa la realizzazione delle imponenti costruzioni, che in ogni modo sarebbero anteriori al V- IV sec. a. C. Megaliti presenti a Muro Leccese sono inoltre ben quattro menhir, la Croce di Sant’Antonio, sulla strada per Giuggianello, il Menhir Trice, tra Via Corsica e Via Arimondi, il Menhir di Miggiano, presso l’omonima chiesetta rurale e il Menhir Giallini, presso il campo sportivo. LE TORRI COSTIERE Ambita terra di conquista, il Salento ha vissuto nei secoli terribili incursioni e saccheggi da parte dei pirati del Mediterraneo, fino alla tragica presa di Otranto del 1480 e al sanguinoso saccheggio di Castro del 1537. La sconfitta ottomana e lo scampato pericolo, resero ormai indispensabile un’opera di fortificazione sia dell’entroterra che della costa, con la ristrutturazione di torri e castelli e con la costruzione ex novo di masserie fortificate e imponenti torri di avvistamento. La costa adriatica da San Cataldo a Santa Maria di Leuca. Giunti a San Cataldo, si procede verso Sud lungo la litoranea e si giunge in località Torre Specchia Ruggeri, costruita intorno alla metà del sec. XVI a base quadrata con mura scarpate, che conserva ancora la sua austerità. Procedendo verso Sud si giunge in località San Foca, un piccolo centro dominato da una imponente torre, anch’essa costruita intorno alla metà del sec. XVI con base quadrata e mura scarpate. Felicemente restaurata, conserva intatte le caditoie e la sua imponenza. Da San Foca si giunge a Roca Vecchia, già fiorente città messapica e poi attivissimo porto munito di fortezza della quale si conservano i suggestivi ruderi. La torre, anch’essa ridotta a rudere, è del 1568 e presenta il tipico impianto a piramide tronca proprio come Torre dell’Orso nell’omonima località balneare. Giunti a Otranto ci si dirige in località “l'Orte”. Conviene sostare e proseguire a piedi per visitare uno dei tratti costieri più suggestivi. Per prima s’incontra la Torre del serpe, simbolo di Otranto. Si tratta di una torre cilindrica della quale si è conservata solo un’alta faccia, di un bianco abbagliante. Più avanti si trova la Torre delle Orte, una struttura a piramide tronca ampia e bassa che dovette svolgere la funzione di fortino. Riprendendo la litoranea, ci si dirige verso Torre Sant’Emiliano. Sulla destra è sita la masseria Cippano, una tipica masseria fortificata del Cinquecento con corpo centrale turriforme, feritoie, caditoie e ponte levatoio. All’orizzonte appare Torre Sant’Emiliano. Anche qui occorre proseguire a piedi alla scoperta di questa torre tronco- conica che domina uno dei tratti più belli del litorale adriatico. La litoranea conduce a Porto Badisco e a Santa Cesarea, località difese da Torre Minervino, Torre Specchia di Guardia, Torre Santa Cesarea e l’imponente Torre Miggiano con una struttura tronco-conica con toro marcapiano e corpo superiore con caditoie e cannoniere. Si giunge così a Castro, città di antichissime origini, dotata di mura e di una imponente fortezza. Il tratto di costa fino a Tricase Porto e al capo di Leuca è costellato da numerose torri, alcune ridotte a ruderi o scomparse, altre in ottimo stato di conservazione. Ne riportiamo pertanto solo alcune tra le più interessanti: Torre Capo Lupo o del Lupo a base tronco-conica; Torre Sasso e Torre Palane, sul litorale di Tricase. Si tratta di torri a base quadrata protette da caditoie e cannoniere. Si giunge infine a Santa Maria di Leuca dove sorge l’imponente Torre degli Uomini Morti. Si tratta di una torre cinquecentesca con una grande base tronco-conica, nella quale si aprono le cannoniere e un piano superiore con spalti per l’artiglieria. Si torna infine a Maglie e a Lecce. IL SALENTO IN BARCA Descrizione itinerari turistici in barca: Marina Serra fa bella mostra di sé e della lussureggiante vegetazione che ricopre la sua alta scogliera. Uno sguardo e già si vede Torre Palane, una delle tante torri di avvistamento costruite nel XVI sec. per proteggere il territorio dalle continue incursioni dei pirati e dei Saraceni. Tra gli scogli si nasconde un pittoresco approdo, interamente scavato nella roccia. Dal mare si può inoltre accedere alla Grotta della Matrona, un ambiente in cui la luce del sole si carica dei riflessi dell'acqua. Riprendendo la costa, non si ha il tempo di abituarsi a tanta luce, spazi, colori e riflessi che già si è giunti al Ciòlo, una profonda gola che si apre tra irti scogli e che riserva delle fortissime emozioni. Il nome deriva dall'omonima grotta, abitata da ciòle (gazze). Ormai siamo sul Promontorium Japigium, l'antico nome della Finibus Terrae, la Fine della Terra, il Capo di Leuca. Città tra i due mari Leuca ha tutto il fascino del villaggio di pescatori, dove il tempo si è fermato, ma anche della località di villeggiatura, con le bellissime ville Otto-Novecentesche. Questo estremo lembo d'Italia è celebre anche per le numerose grotte e cavità naturali che hanno restituito reperti di grande importanza per la storia, l'archeologia e la biologia. Celeberrime le grotte del Diavolo, Cazzafri, dei Giganti, delle Tre Porte, del Drago. Doppiata Punta Ristola si giunge a Torre San Gregorio, l'antico porto della messapica Veretum, del quale restano ancora visibili i grossi conci di pietra degli attracchi. Abbandonate le alte scogliere del Capo di Leuca, la costa digrada dolcemente fino a Marina di Pescoluse, una delle spiagge più grandi di tutta la Puglia, bagnata dal cristallino Ionio. Affascinante è Torre Pali, una torre d'avvistamento a base tronco-conica i cui ruderi sono bagnati dal mare. Poco più avanti è Lido Marini e l'omonima spiaggia. Si giunge così in località Marina di Ugento, tra le più belle del Salento. Tra Torre Pali e Torre Mozza ecco le Secche di Ugento, sulle quali naufragò parte della flotta di Pirro. Pericolose per la navigazione, sono il paradiso degli appassionati di subacquea e dei pescatori. Un tuffo in queste acque è quindi d'obbligo, prima di riprendere il mare alla volta delle Marine di Racale. Prima di lasciare la zona, tuttavia, è opportuno visitare la cittadina di Ugento. Centro messapico tra i più grandi, conserva nel suo museo tracce di quest'antica civiltà e dei conquistatori romani. Notevoli il castello, la Cattedrale e la Cripta del Crocifisso. Le Marine di Racale incantano con le spiagge, i lidi e le sagome delle bellissime ville che si affacciano sul mare o fanno capolino tra il verde delle pinete. Una costa bassa e rocciosa annuncia Torre del Pizzo, costruita sull'omonima Punta, che chiude a Sud l'incantevole Baia Verde. Siamo già in territorio di Gallipoli. Zona affollatissima d'estate, durante il resto dell'anno offre pace e tranquillità tra i colori della vegetazione e un mare sempre limpido e pulito, che invita a tuffarsi anche fuori stagione. Il viaggio alla scoperta del restante tratto di costa, fino a Gallipoli e Porto Cesareo, è ancora lungo e merita un altro giorno di escursione. LE GROTTE DEL SALENTO Porto Badisco: grotte dei Cervi, grotta dei Diavoli. A pochi chilometri a Sud di Otranto si trova Porto Badisco, l’antico approdo di Enea. Qui, nel 1970, fu fatta una scoperta che destò sorpresa in tutto il mondo scientifico: una serie di grotte collegate tra loro, ricche di pittogrammi risalenti al Neolitico, raffiguranti cacciatori e prede (cervi, stambecchi, felini), figure a sfondo sessuale e motivi geometrici dal significato ermetico. Si è pertanto giunti alla conclusione che le cavità naturali, note come Grotta dei Cervi, altro non fossero che un luogo di culto, un santuario della Preistoria. La fragilità e l’importanza delle pitture conservate, che hanno dato alla grotta l’appellativo di Louvre della Preistoria, rendono la fruibilità del posto un’esclusiva riservata agli esperti. Sempre presso Porto Badisco si trova al Grotta dei Diavoli, celebre per le rarissime forme di fauna che la popolano. Santa Cesarea Terme: grotte Gattula, Bagno Maria, Solfurea, Fetida. Da porto Badisco si giunge a Santa Cesarea Terme. Le acque sulfuree nelle grotte e nelle cavità naturali, mescolandosi alle acque del mare, hanno fatto del piccolo centro una località termale ben attrezzata e molto frequentata. La leggenda narra che la fanciulla Cesarea si sia gettata in mare per sfuggire alle violenze del padre, il quale fu, a sua volta, sprofondato in acqua per punizione divina. Nel punto in cui il padre annegò, iniziò a sgorgare dello zolfo, contenuto nell’animo diabolico dell’uomo. Dal mito alla realtà, le acque termali del luogo costituiscono un toccasana nella cura di molte malattie. Castro: grotte Romanelli, Zinzulusa, l’Abisso. Lasciata Santa Cesarea si giunge all’antico centro di Castro, nel cui litorale si aprono interessanti grotte. La Grotta Romanelli costituisce un importante deposito di reperti paleolitici con manifestazioni d’arte rupestre del periodo Maddaleniano. Interessanti i resti di animali preistorici quali ippopotami, elefanti e fauna del clima caldo e del clima freddo. La Grotta Zinzulusa è tra le più affascinanti del Salento, oltre ad essere tra le più importanti d’Italia per il gran numero di specie biologiche che vi vivono. Il nome deriva da “zinzuli”, ossia stracci, con riferimento alle stalattiti che, come stracci appesi, punteggiano la cavità. All’interno sono stati ritrovati anche manufatti in ceramica e utensili di ossidiana. La grotta è attrezzata per le visite turistiche. L’Abisso di Castro è una cavità naturale che presenta sul fondo un bacino d’acqua, molto importante per quanto riguarda le forme di vita esistenti, tanto da farne una tra le più importanti d’Italia. Marina di Andrano: grotta Verde. Marina Serra: grotta Matrona. Prima di giungere al Capo di Leuca, bisogna visitare la Grotta Verde presso il litorale di Andrano, una stupefacente cavità che si arricchisce di tutte le tonalità del verde e la Grotta Matrona, presso la suggestiva Marina Serra, accessibile solo dal mare, che conserva intatto il fascino dei luoghi misteriosi e incontaminati. Marina di Novaglie (Gagliano del Capo): grotta del Ciolo; grotta delle Prazziche. La Grotta del Ciolo presenta una sorgente d’acqua dolce che incontra quella del mare, la quale penetra da invisibili cavità. Nel 1971 nella grotta fu individuato un rarissimo esemplare di Foca Monaca, presenta in queste zone fin da tempi remoti, ma oggi quasi del tutto scomparsa. Nelle vicinanze si trova anche la Grotta delle Prazziche, nella quale sono stati rinvenuti resti di fauna africana, nonché reperti del Paleolitico e del Neolitico, a testimoniare che la zona era abitata già da tempi remoti. Capo di Leuca: grotte Porcinara, del Diavolo, Tre Porte. Elencare tutte le grotte e caverne del Capo di Leuca, è compito assai arduo, quindi ne indicheremo alcune tra le più importanti. Dal Porto di Santa Maria di Leuca ci si dirige verso Punta Ristola e si incontra la Grotta Porcinara, alla quale si accede anche da terra. Si ritiene che questa cavità sia stata in parte scavata dall’uomo e utilizzata come luogo di culto. Vi sono stati rinvenuti frammenti dell’Età del Bronzo, pezzi di vasi e amuleti, mentre le pareti sono ricche di iscrizioni in greco e latino. Nel cuore sotterraneo di Punta Ristola si trova la Grotta del Diavolo, alla quale si accede dal mare e da un passaggio terrestre. L’interesse archeologico della grotta è notevole, grazie alle numerose testimonianze faunistiche e antropologiche che vi sono state rinvenute; tra queste fossili del Quaternario, utensili e selci del Neolitico e manufatti del periodo romano. Doppiata Punta Ristola, si trova la Grotta Tre Porte, così chiamata per le tre grandi aperture sul mare. È tra le grotte più visitate per la bellezza dei riflessi marini che assumono colorazioni smeraldine. Nella Grotta Tre Porte si trova l’Antro del Bambino, un cunicolo nel quale è stato trovato, tra i fossili, un reperto unico nel suo genere: un frammento osseo di Uomo di Neanderthal, appartenente ad un individuo di circa dieci anni, da cui il nome della grotta. A poche decine di metri dalla Grotta Tre Porte, si apre la Grotta dei Giganti di grande importanza archeologica. Nel corso degli scavi è stata scoperta una sepoltura del X sec. e, ancora più in profondità, frammenti della cultura “musteriana”, portata nel Salento dall’Uomo di Neanderthal. Tutte le grotte e cavità del Capo di Leuca hanno restituito resti di fauna preistorica e reperti legati alle diverse civiltà che hanno popolato queste zone, dagli uomini primitivi al Medio Evo, passando per i Messapi, i Greci, i Romani e i Bizantini. Concluso l’itinerario alla scoperta delle grotte del Capo di Leuca, si torna a Lecce (Santa Maria di Leuca- Maglie SS 275; Maglie-Lecce SS 16). Il Salento annovera altre fantastiche grotte quali: Grotta della Poesia, Roca Vecchia (marina di Melendugno), nelle cui limpide acque, come narra la leggenda, soleva fare il bagno una bellissima principessa; grotta di Uluzzo e grotta del Cavallo, Parco di Portoselvaggio (marina di Nardò), di grande importanza archeologica e di enorme bellezza per la natura incontaminata che le circonda. LE COSTE DEL SALENTO A San Cataldo, l’antico Porto di Adriano d’epoca romana, si possono ancora vedere alcuni ruderi di antichi insediamenti. Lasciata la località balneare, si procede verso Sud e si giunge alle Cesine, un’oasi di protezione naturalistica gestita dal WWF. Subito dopo iniziano le marine di Melendugno: San Foca, un porticciolo di pescatori; Roca Vecchia, città messapica ora parco archeologico; Torre dell’Orso con la sua lunga spiaggia bianca e infine Torre Sant'Andrea, villaggio di pescatori ora abbandonato. Qui inizia il litorale otrantino con alternanza di spiagge e piccole calette. Si giunge così ai Laghi Alimini dove è opportuno visitare la zona umida ricca di flora e fauna selvatica. Si procede alla volta di Otranto, tappa obbligata del turismo culturale. Lasciato il porto si giunge alla Torre del Serpe dove si sosta per procedere a piedi fino alla Baia dell'Orte per godere del magnifico paesaggio. Si riprende il viaggio alla volta di Porto Badisco, il mitico scalo di Enea, dove si trova la Grotta dei Cervi con le sue pitture del Neolitico. Si giunge a Santa Cesarea Terme rinomata per i suoi bagni termali e per le bellissime ville e da qui si passa a Castro. Dalla cittadina costiera al Capo di Leuca è tutto un susseguirsi di alte scogliere e di luoghi d’incanto, come Marina Serra e l’insenatura del Ciolo. Si arriva così a Santa Maria di Leuca, già scalo al tempo dei Fenici e ora impreziosita da splendide ville e dal santuario di S.Maria de Finibus Terrae. È d’obbligo un’escursione alla scoperta delle affascinanti grotte della zona. Lasciato il Capo di Leuca ci si dirige nell’entroterra per visitare Patù e la misteriosa Centopietre, costruita con blocchi d’epoca messapica. Ritornati sulla costa, iniziano le marine di Ugento, ricche di fascino e storia. La stessa Ugento merita una visita, anche per la presenza del museo di Palazzo Colosso dove sono conservati reperti messapici, greci e romani. Proseguendo lungo la litoranea, ci s’imbatte in torri di avvistamento e attrezzati lidi, come Baia Verde Lido S. Giovanni che precedono Gallipoli, la città bella. È opportuno proseguire a piedi alla scoperta della città vecchia che conserva interessanti edifici e affascinanti punti di belvedere. Da via A. De Pace si può attraversare l’intero centro storico ammirando il Palazzo del Seminario, in puro stile Barocco e la Cattedrale di S. Agata. A pochi chilometri da Gallipoli sorge la chiesa di S. Mauro del XII sec., dalla quale si gode un panorama unico. Tornando al mare, iniziano le marine di Nardò: Santa Maria al Bagno, Lido Conchiglie e Santa Caterina, località balneari nelle quali natura e storia si legano strettamente. A Torre dall’Alto si trova il Parco Naturalistico di Porto Selvaggio con le sue grotte e la sua variopinta vegetazione. Risalendo la litoranea verso Nord si giunge a Porto Cesareo, l’antico Portus Sesinae d’epoca romana, località turistica molto rinomata che ancora conserva il fascino del borgo di pescatori. Tra le attrattive: la Stazione di Biologia Marina, le isolette che impreziosiscono l’orizzonte e le torri costiere che punteggiano il litorale salentino fino a Punta Prosciutto. ARTIGIANATO SALENTINO Giunti a Lecce, si sosta presso l'Arco di Trionfo (Porta Napoli) e si procede a piedi alla visita di alcune botteghe artigiane. In Via Palmieri si trovano le prime botteghe che presentano una vasta gamma di oggetti d'artigianato e d'arte (quadri, maschere, ecc.). Si prosegue lungo Via Vittorio Emanuele dove si trovano le botteghe delle quali è rinomata la produzione artigianale di "pupi" per il Presepe e personaggi popolari. Poco distante è Via Umberto I dove, presso la Basilica di Santa Croce, si trova la bottega I Messapi, nota per la realizzazione di scenografie teatrali e per le attività di restauro, oltre che per la classica produzione di "pupi". Da Lecce a Maglie (SS 16) e da qui seguire le indicazioni per Cutrofiano. Giunti a Cutrofiano si prosegue per Via Castromediano, dove si trova il laboratorio-bottega dei F.lli Colì, celebre per la produzione di ceramiche artistiche con sistemi tradizionali. Usciti da Cutrofiano, si prende la strada per Corigliano d'Otranto e si procede alla visita di due laboratori artigiani: Terracotta Artigianale di P. Benegiamo, da sempre rivolto alla produzione di ceramiche artigianali e artistiche di grande pregio; laboratorio di Salvatore De Blasi, che si occupa della produzione di mobili e oggettistica con legni pregiati e con sistemi tradizionali. Da Lecce-Maglie (SS 16) si svolta per Melpignano. Giunti in paese, in Largo Rimembranze si trova il laboratorio artistico Texun, nel quale si realizzano opere d'arte, complementi d'arredo, capitelli e fregi in pietra leccese. La malleabilità di questa pietra ben si presta alla realizzazione sia di intricate decorazioni, come se ne vedono sulle facciate delle chiese in stile Barocco Leccese, sia di raffinati e sobri complementi d'arredo. La cartapesta, terracotta, pietra leccese. La cartapesta: l'arte della cartapesta è un artigianato povero che si serve di carta straccia, paglia, filo di ferro e terracotta. Le tracce più antiche dell'uso della cartapesta risalgono al XVII secolo, ma la tecnica si è mantenuta immutata fino ai nostri giorni. La terracotta: la lavorazione della terracotta vanta nel Salento origini antichissime, grazie all'enorme di materia argillosa e all'influenza della civiltà della Magna Grecia. Sono ancora molte le botteghe che producono terrecotte con i sistemi tradizionali, così come tradizionali sono i motivi decorativi che impreziosiscono i manufatti. La pietra leccese: il sottosuolo del Salento è ricco di una pietra molto pregiata. Appena estratta, la pietra leccese è molto morbida e quindi si presta facilmente ad essere lavorata per ottenere gli intricati disegni che si ammirano sui fregi delle chiese e dei palazzi in stile Barocco Leccese. Col passare del tempo, questa pietra diventa molto dura, ma conserva il suo colore ambrato che dà agli edifici i colori dell'oro. ITINERARI GASTRONOMICI DEL SALENTO La cucina tipica leccese o salentina è sana e genuina. Pietanze povere, ma gustose, ricche dei profumi della macchia mediterranea e dei prodotti del mare cristallino, servite con gli ottimi vini del Salento, possono essere gustate in agriturismi e ristoranti nei quali si può cogliere tutto il sapore di questa terra di confine. Orecchiette e minchiarieddhri (maccheroncini) al sugo, sagne ‘ncannulate (tagliatelle ritorte) con sugo e basilico, turcinieddhri (involtini d’agnello arrosto), taieddhra (cipolle, patate, zucchine, cozze nere, pomodori, prezzemolo e olio), pittule (pasta molto lievitata con olive e cavolfiori) e ciceri e tria (ceci e tagliatelle fritte), rappresentano i piatti poveri, ma molto nutrienti dei nostri antenati. Per le feste poi si preparano i purceddhruzzi (palline di pasta dolce con miele e anisetti), le ‘ncarteddhrate (pasta dolce con anisetti e miele, disposta a forma di rosa) e i mostaccioli (piccoli panini insaporiti con spezie, mosto e cioccolato).
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